Gino Marchitelli

Dicono di me

Quando mi è arrivato il manoscritto non credevo ai miei occhi.
“Mi sta prendendo in giro” è stata la prima reazione dopo la lettura di alcune pagine.
“Come immaginavo - pensai fra me - non è riuscito a scrivere il libro autobiografico sulle lotte degli anni ’80 nelle piattaforme petrolifere.
Si vergogna a dirmelo, considerato che ne abbiamo discusso per ore, e in questo modo cerca di evitare la triste confessione d’impotenza letteraria girandomi un romanzo di qualche autore a me sconosciuto e spacciandolo per suo.
In fondo meglio così.” …

… La realtà che Gino mi racconta mi lascia totalmente sbalordito.
Non c’è alcun autore sconosciuto, non c’è alcuna autobiografia, ma solamente un talento rimasto a lungo nascosto che improvvisamente decide di misurarsi con la realtà. Mi consolo della figuraccia pensando che in fondo un po’ è merito anche mio; se non l’avessi spinto a scrivere (ok sulle piattaforme petrolifere… ma si tratta comunque sempre di un racconto…) promettendogli che avrei letto le bozze, forse Gino non avrebbe trovato dentro di sé il coraggio di scrivere questo romanzo.
Lasciatemi almeno quest’illusione.
Non mi resta che consigliarvene caldamente la lettura. Morte nel Trullo è avvincente, la scrittura è fluida, i luoghi sono realmente così fantastici come sono descritti, la ricostruzione storico ambientale è decisamente condivisibile, il linguaggio esprime la stessa generosità e il medesimo entusiasmo che l’autore sperimenta nella sua vita.

Vittorio Agnoletto
Vittorio Agnoletto Eurodeputato, Giornalista

Quando Gino Marchitelli mi ha girato il suo libro e ho letto il titolo sono rimasto spiazzato. Quella parola, “Qvimera”; poi il disegno, la raffigurazione, altrettanto inquietante. Mi sono chiesto: perché riassumere, dare un senso al proprio racconto, prendendo spunto da questo mostruoso animale della mitologia greca che vagava per le regioni dell'Asia Minore, terrorizzando la popolazione e divorando greggi e animali? («Era il mostro di origine divina, leone la testa, il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco», si legge nell’Iliade).
Insomma, ma come gli è venuto in mente?
La spiegazione della suggestione dello scrittore la troverete dopo poche pagine ma in realtà sta tutta nelle vicende, negli intrecci, nelle ingiustizie e nella sua denuncia che Qvimera snoda lungo le pagine – scorrevoli e piene di riferimenti, anche musicali - di questo libro. Perché di romanzo si tratta, di finzione, di fantasia. Eppure dentro, sottotraccia, c’è tutta una visione del mondo e delle sue cose. Di parte. Partigiana, appunto. E (purtroppo) oggi minoritaria. C’è la storia di Gino Marchitelli e di un pezzo della sua generazione che con coraggio e con coerenza, ieri come oggi, ha provato con testardaggine a spiegare chi fosse e come si muovesse il mostruoso animale che terrorizza la popolazione.
Qvimera è una storia, ma è pure un atto di accusa. Contro la prepotenza, l’ipocrisia, la doppia morale, la falsa coscienza, lo strapotere del dio profitto, le collusioni tra guardie e ladri, l’informazione per i buoni palati che a tutto credono. E forse pure contro la parte di quella generazione, quella di Gino, che non ha tenuto fede ai valori e alle speranze che l’hanno animata con passione. A un certo punto Piero, uno dei protagonisti, un operaio, si ferma davanti alle colonne di San Lorenzo, a Milano, dove c’è un gruppo di ragazzi punk: «…che ne sa di quanti sentimenti puliti palpitano nei cuori di migliaia di giovani abbandonati ad un futuro incerto, precario, senza speranza. E dove sono finiti loro? I giovani del ’68, del ‘77… che hanno pagato, con il sangue, la difesa della democrazia e della costituzione repubblicana. E dove sono finiti i volti dei partigiani, degli operai della Pirelli, dell’Alfa Romeo, dei collettivi studenteschi della Statale, di Città Studi», scrive il narratore.
Qvimera è un noir, ma trasuda di vita, di cronaca, di politica. Ci ritroverete scorci a voi familiari di un mondo alla rovescia dove i lupi si travestono da agnelli e le vittime passano per carnefici. Dove nulla è come sembra, perché a chi regge i fili del gioco conviene così, perché il mantenimento dello status quo passa attraverso la mistificazione sistematica della realtà.
Qvimera, l’animale che terrorizza la popolazione, non è invincibile però. Il mondo si può cambiare. Gino lo sa bene. «E nondimeno, col favor degli Dei, l'eroe la spense» - sempre l’Iliade. Mai migliore messaggio, da parte dell’autore, per sperare ma soprattutto per agire.

Matteo Pucciarelli
Matteo Pucciarelli Giornalista, Scrittore

Fare una prefazione al libro di Gino non è cosa facile. Per parlare dei suoi libri si deve per forza passare attraverso la sua storia personale e quindi alla conoscenza di Gino Marchitelli. In tutti i suoi libri, anche se lui nega, c’è una grossa componente autobiografica, non quella superficiale che parla del suo passato, ma quella intima, sanguigna, passionale… psicologica.
E’ una persona particolare Gino come lo sono i suoi libri. Morte nel trullo opera prima, scrittura acerba ma trama di grandissima tensione, un narrazione ai limiti del thriller. Con Qvimera il nostro “spelafili” comincia ad affinare le arti della scrittura e a prendere le misure con quelli che sono i canoni per la stesura di un buon noir. Ecco, un anno dopo, la nascita de “IL PITTORE“.
Un noir tutto ambientato in Puglia, nella “sua“ Carovigno.
Gino si noterà, attinge sempre da luoghi ed esperienze a lui noti.
IL PITTORE” è un noir intenso elegiaco e che in termini teatrali può assomigliare molto alla tragedia greca.
La musica è una delle protagoniste principali di questo libro.
I personaggi sono caratterizzati in modo superlativo e la scrittura fa vibrare la mente del lettore sino quasi a farla esplodere.
Almeno per una volta non abbiamo il solito poliziesco, ma una storia di vita vissuta di emozioni estreme di ragazzi che vivono la loro vita al di là del bene e del male, con il contorno dell’omicidio e dell’indagine.
Gino non punta i riflettori sui protagonisti di Lorenzi e Cristina, ma vuole dare al lettore un messaggio differente, e la sua scrittura a tratti graffiante a tratti piena di armonia e sensibilità ci conduce in fondo al baratro per poi farci risalire… faticosamente.
Un thriller che vi lascerà senza fiato.

Riccardo Sedini
Riccardo Sedini Presidente di GialloMania, Scrittore, Editore

Marco Frilli, editore che di scrittori bravi se ne intende, ha detto di Gino Marchitelli: un narratore puro.
Uno splendido narratore che ancora una volta, dopo i suoi primi tre precedenti romanzi, ci porta all'interno di "Milano non ha memoria": un noir dai risvolti sociali, dall'autore molto sentiti, sconvolgenti e drammatici. Questa volta a fare da filo conduttore è il razzismo estremo, un rigurgito di neo fascismo, una presenza inquietante dei servizi segreti.
Un caso che porterà il Commissario Lorenzi, uomo fondamentalmente solitario e tormentato dalla storia d'amore con Cristina, a scontrarsi con i poteri forti.
Una particolarità di questo romanzo, come di tutti i precedenti romanzi di Marchitelli, è quella comunque di permettere ai "cattivi", quasi di motivare le loro azioni, seppur farneticanti , folli e criminali.
Con la sua abilità di scrittura davvero notevole, lo scrittore riesce in maniera fantastica a trasportarci nella mente di questi personaggi. A farceli in qualche modo comprendere pur nelle loro riprovevoli azioni.
Degrado, emarginazione, crisi sociale e dei valori. Questi sono gli elementi in cui deve navigare ormai a vista Lorenzi. Una storia di persone, di sentimenti, di violenza.
I capitoli brevi e incalzanti rendono la lettura scorrevole e molto piacevole. Un'ulteriore grande, superlativa prova narrativa. Il plot tiene molto bene dalla prima all'ultima pagina, senza incertezze o decadimenti della tensione.
Quello che maggiormente colpisce è la varietà di personaggi presenti nel romanzo. Ognuno con la propria storia, con il suo stato d'animo particolare, e tutti, seppur così diversi uno dall'altro, magistralmente descritti.
Un Lorenzi che questa volta appare disilluso, sconfitto, facile preda dei potenti, di chi trama nell'ombra. Disilluso da uno Stato in cui non crede più e da un amore che pare stia per finire.
Un romanzo emozionante, avvincente, anche crudele in certi suoi aspetti, sullo sfondo di una Milano metropoli assopita, sfuggente, ma a tratti ancora solidale. Nello stile particolare di uno scrittore che continua a stupire e a sorprendere non solo per gli argomenti trattati ma anche per la sua scrittura chiara, coinvolgente, emozionante. Da non perdere.

Paolo Vinciguerra
Paolo Vinciguerra Autore blogger, Critico, Presentatore e organizzatore di eventi letterari del genere noir

"Il barbiere zoppo" è considerevole per più d'un motivo, scritto come una miscellanea di storia fantasia ricordi memorie eventi variamente connessi, sostenuto da una mano sicura nel comporre il complesso andamento narrativo. Si riconosce nella complessità la mano dello scrittore di gialli, un genere a me carissimo e che Gino Marchitelli governa bene, come mi è già capitato di scoprire.

Il fluire delle vicende, i brani di diario e quelli di racconto, le parti bibliografiche e documentarie, lo studio dei caratteri e il linguaggio (un italiano che ha l'andamento dei dialetti della Puglia e le cadenze del marchigiano) ne fanno un esperimento letterariamente importante e politicamente vero. L'Italia dialettale nel tempo cui la vicenda si riferisce era ancora nel suo pieno vigore e uso.

Attraverso un intreccio di vicende che si svela poco alla volta cattura l'attenzione. Ma non voglio anticipare soluzioni e scoperte -come appunto si fa con i gialli- :anzi devo dire che la suspence è tenuta sempre molto forte, anche se non si riferisce a un singolo delitto.

Dal punto di vista letterario dunque è un lavoro assai ben fatto e che rivela una notevolissima capacità di composizione e di svolgimento, nonché un talento non comune di tenere vari timbri e tonalità dello scrivere, staccando il piano storico, e quello di documentazione e quello di invenzione con grande naturalezza.

Ma la cosa più straordinaria è che questa macchina narrativa ha per oggetto ispirazione riferimento e passione la Resistenza e la sua scoperta. Non conosco altri testi che abbiano tale impostazione, vi sono due filoni ben distinti, le memorie e i racconti di fantasia e questi ultimi poggiano sempre sull'opinione esistente intorno alla Resistenza.

La straordinaria originalità di Marchitelli consiste nel porsi verso la storia come un viandante curioso, un esploratore attento e intelligente, un rievocatore cui non mancano le pezze d’appoggio, sicché davvero il libro serve anche per conoscere una quantità di cose sulla Resistenza: mi viene da pensare che siccome la storia di quell’evento importantissimo è quasi tutta avvenuta senza collegamenti e con grande autonomia territoriale e politica, bisognerebbe ripercorrerla proprio così, ricomponendo il processo attraverso il quale arrivò a essere un fatto di massa, un evento di popolo.

Per questo protagoniste sono così spesso le donne, una ragazza: perché nasce, si sedimenta e si giustifica e si compone nella vita quotidiana, nelle ore dei giorni vissuti, nei rapporti di amicizia parentela amore, in luoghi non solenni e tra persone semplici.

Se si aggiunge che Marchitelli ha scelto anche una modalità di pubblicazione singolare (cioè ha raccolto un gruppo di persone cui ha mandato il testo in edizione limitata e non circolante, e solo dopo aver avuto le risposte e un certo appoggio economico lo stampa) ci si può incuriosire e congratulare anche per questa modalità.

Lidia Menapace
Lidia Menapace Giornalista, saggista, partigiana, ex senatrice

C'è di tutto in questo nuovo romanzo di Gino Marchitelli, "Il segreto di Piazza Napoli": il mistero, il giallo, il noir, la tensione emotiva, l'impatto sociale della storia. Poi ci sono luoghi che Gino descrive a me cari perché li ho abitati per 17 anni. Piazza Napoli, non è centro, neppure periferia.
E' una delle fermate del filobus della circonvallazione.
Una piazza dove generalmente si accompagnano i cani a fare i bisogni e si passa con la macchina veloce, generalmente verso altre destinazioni.
Un non luogo, un posto X. Ed è intorno a questa piazza che Marchitelli delinea gli scenari e muove i suoi personaggi. Rispetto ai libri di esordio, Gino compie qui un ulteriore salto in avanti sul piano stilistico e monta la storia pezzo dopo pezzo senza aver fretta, come un attento e paziente atleta
della parola. Gino è uomo curioso. Sa che l'arte dello scrivere è cosa lunga e laboriosa. Anch'io sono curioso di conoscere quali traguardi toccherà.
Si meriterebbe una maggiore attenzione al di fuori della mera cerchia di addetti ai lavori.

Daniele Biacchessi
Daniele Biacchessi Giornalista, Caporedattore Radio 24, Scrittore

Gino Marchitelli, all’anagrafe Luigi Pietro Romano Marchitelli, è quello che si può definire un artista a tutto tondo: scrittore, cantautore, e anche documentarista con un documentario/intervista edito in DVD nel 2014 dove parla con i partigiani che nel 1944 si resero protagonisti della liberazione della Val D’Ossola.
Nel suo curriculum letterario vanta già svariati titoli e non solo romanzi, è autore infatti anche del libro: ” Una storia di tutti – in memoria delle vittime delle stragi”.
Il romanzo giallo “Il segreto di piazza Napoli” che andiamo a recensire è ambientato tra Milano, dove vive il protagonista neo pensionato, ex brigadiere dei Carabinieri, Salvatore Maraldo detto Totò, e l’Oltrepò Pavese, dove anni prima avvenne una brutta storia tra dei ricchi adolescenti e una ragazzina, Alessandra, con ceto sociale molto inferiore a loro, che rimase uccisa in circostanze mai troppo approfondite dalle forze dell’ordine.
Quello che tratteggia Marchitelli è un Nord Italia dove, da una parte, troviamo la superbia e la freddezza dei ricchi a cui tutto è concesso grazie ai soldi, e dall’altra la solidarietà e l’orgoglio onesto dei poveri, vittime dei ricchi e di se stessi, ma solidali tra loro senza voler nulla in cambio.
Troviamo infatti da questa parte della barricata Aldo, vedovo distrutto dalla morte della figlia Alessandra, di cui tiene in vita il ricordo piluccando acini d’uva, e Claretta, caparbia partigiana che si occupa del nipote Fabio, unico del branco ad aver pagato con il carcere la morte di Alessandra.
L’altra faccia della medaglia è raffigurata da Giorgio e dai suoi amici “figli di papà”, ricchi perdigiorno che passano le giornate a sballarsi foraggiati dai soldi di famiglia, parcheggiati all’università incapaci di portarla a termine. Convinti di essere intoccabili grazie ai soldi e al loro “nome”.
Ma come si dice: “il furbo ha sempre qualcuno più furbo di lui”, e i soldi fanno gola a tutti, tanto più a chi è privo di scrupoli e morale.
Totò nonostante appena pensionato si troverà coinvolto nel ritrovamento del cadavere di Fabio, nipote di Claretta. Conosce la donna da molto tempo essendo stato, da bambino, il figlio dell’ex brigadiere amico della vittima.
Ma, Totò, non facendo più parte delle forze dell’ordine, dovrà contare sulla complicità dei suoi colleghi per poter accedere dove ora non ha più accesso, ma sarà la sua esperienza, e soprattutto l’attenzione ai dettagli, che gli permetterà di indicare ai suoi colleghi le tessere del puzzle che porteranno alla luce una storia di ricatti, dove il pesce grosso mangia il pesce piccolo, finché la legge non interviene a spezzare la catena, dimostrando che neanche i soldi possono tutto.
Bel giallo, in cui nulla è scontato.
Marchitelli ha l’abilità di permettere al lettore stesso di sistemare tutte le tessere, se ha dalla sua una lettura attenta e presente.
Folkloristica la figura di Noris, moglie romagnola dell’ex brigadiere, in netto contrasto per il suo carattere espansivo a quello chiuso e riservato del marito siciliano. Hanno in comune un certo “sangue caliente” che sembrano riscoprire ora che l’uomo è in pensione.
La scrittura è semplice, veloce e creativa, voglio segnalarvi tra tante, una che trovo dannatamente efficace: “un sorriso da dentiera economica”, non avrebbe potuto essere maggiormente diretto e raffigurativo di un quadro, che delinea in due parole, tutto un personaggio.
Marchitelli tenta anche di dare una colonna sonora al proprio romanzo, inserendo qua e là delle canzoni prevalentemente del maestro Francesco Guccini. Io son riuscita al volo a vivere questo suo esperimento perché le canzoni citate le conoscevo tutte, ma chi diversamente da me non le conoscesse, a fine romanzo trova l’elenco dei titoli con relativo link per trovarle su Youtube.
Poco da aggiungere.
Un libro da leggere e su cui riflettere perché in questo romanzo edito da “Fratelli Frilli Editori” (che ringraziamo) il segreto è a piazza Napoli, ma purtroppo, altri ce ne sono in Italia, ma non è ancora arrivato nessun Totò Maraldo a far luce, non ci resta che sperare e si sa, la speranza è l’ultima a morire…

Sandra Pauletto
Sandra Pauletto Recensione dal blog "I Gufi Narranti"
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